Insegno pittura in un carcere di alta sicurezza, come volontario, ogni giovedì mattina. Capitato per caso nel 2022, è diventato passione e arricchimento personale: ho scoperto un mondo nuovo. A sé, con i suoi ritmi, le sue regole dilatate, accelerate, limiti, contraddizioni. Funzionante così. Un luogo dove si viene depositati in stallo, un reparto palliativi, in attesa di esaurimento naturale.
Come allievi ho avuto persone con problemi psichiatrici, persone famose e non, nell'ambito della criminalità organizzata, forse qualche innocente, ma nelle ore del giovedì erano pittori, e io il loro maestro. Arte, pittura, domande, risposte, per me questo erano, ed io ero lì per insegnare arte. Questo rapporto trasversale mi ha permesso di ottenere risultati anche da chi prima sparava.
In questo tempo, ho anche imparato, osservato, in parte un poco capito, cosa significa essere rinchiuso, sentire stringersi le mura intorno: non solo le fisiche, ma quelle mentali. La necessità di libertà è più forte quanto più lo è il tentativo di annullamento totale di essa. Vivi, respiri, mangi, dormi. Ma non c'è futuro. Per loro non per i prossimi quindici, vent'anni, di norma. Le piccole cose diventano preziose.
Comunque l'amore per la pittura è nato, cresciuto, si è esteso ad altri, e sapere che i miei allievi aspettano con ansia il giovedì è simile alla felicità di aver portato a termine un dipinto riuscito. Vedere rimanere viva la scintilla umana, è il motivo che mi fa continuare.
Come ho detto già, alcuni soffrivano di disturbi psichiatrici. Era evidentissimo già dai quadri che dipingevano, ma soprattutto da come li dipingevano: senza metodo, con la fretta, solo l'urgenza di rappresentare. Forme abbozzate, colori folli, frenesia, bisogno fisico, impossibilità a contenere l'istinto. La loro mente vomitava sulla tela. Mi scoprivo indifferente a questo, lo consideravo addirittura naturale, nessuna differenza dagli altri pittori della sala hobby.
Però pensavo… E immaginai che probabilmente la stessa urgenza la viveva Alda Merini quando scriveva poesie in segreto, durante il suo internamento, quando riusciva ad avere i due strumenti per scrivere. Personalmente credo che lei fosse più una donna di sensibilità estrema piuttosto che di follia pura. Ma non sono un dottore.
Non potevo però fare a meno di pensare all'esperimento di Rosenhan, del 1973, in cui otto persone sane si fecero ricoverare fingendo sintomi: una volta dentro, nessuno si accorse che erano sane. Il luogo li aveva già definiti. Ancora più beffardo: avvertiti di una seconda ondata di finti pazienti, gli ospedali ne identificarono decine. Non era stato mandato nessuno.
E così, con il tempo, presi sempre più in considerazione il fatto che non sono solo i criminali, i folli clinici e i malati che la società deposita per non vedere. La discriminazione si estende a ogni strato, a volte, è addirittura alimentata anche da chi la subisce.
Esistono infatti altre forme di 'non sapere dove mettere'. Più sottili, meno evidenti, ma altrettanto efficaci. Il pensiero radicale stesso è qualcosa che la società non sa come gestire. Chi pensa oltre i confini del pensabile diventa un problema di collocazione sociale. Non viene necessariamente rinchiuso ma viene rimosso, marginalizzato, reso innocuo attraverso la dimenticanza, la censura, il ridicolo, o nei casi estremi, l'eliminazione fisica.
Philipp Mainländer, filosofo del suicidio che il pensiero accademico non sa come classificare. Antonin Artaud, troppo folle per il teatro, troppo lucido per il manicomio. Friedrich Nietzsche, impazzito e messo via dalla sorella, trasformato in reliquia. Pier Paolo Pasolini, intellettuale scomodo che andava zittito — e lo hanno fatto nel modo più definitivo. Lei, Alda Merini, eccessiva, rinchiusa per decenni, elettroshoccata quaranta volte.
Tutti loro 'non si sapeva dove metterli'. Hanno ricevuto risposte in modi diversi — manicomio, censura, dimenticanza accademica, assassinio, suicidio ignorato, macchina del fango, ma il meccanismo è lo stesso: rimozione. Per non vedere. Per non essere disturbati, per non dovere fare i conti.
Qui non si vuole celebrarli come geni incompresi, miti o eroi, né puntare un dito contro un sistema che non ha bisogno neppure di questo, tanto sono evidenti le meccaniche. Riconoscere che furono problematici è una verità, come è onesto riconoscere che il destino di chi pensa oltre è spesso segnato. Ma proprio il loro pensiero si radicò così profondamente anche per questa espulsione. Alcuni smisero, si arresero, altri pagarono prezzi alti, come la sanità mentale, alcuni la vita stessa. Lo fecero, ma ora il loro pensiero è anche nostro. Attraversiamolo.