L'universo è il cadavere di Dio in decomposizione… Questa frase mi trapassò la tempia come forse fanno le pallottole. Rimasi di sasso. Chi poteva aver dedotto una così estrema conclusione? Per abitudine, quando dipingo, ascolto lezioni di filosofia, arte, oltre che musica. Fu così che mi arrivò, lì, senza preavviso alcuno.
Ingordamente, immediatamente, volli approfondire, sino a scoprire una cosa ancora più estrema: Mainländer, una volta ricevute le copie del suo libro, le impilò e le usò per impiccarsi. E stavolta fu un fulmine a colpirmi. La notizia rimase nelle mie giornate a scavare nella testa, e la notte, quando tutto diventa più grande, era sempre la più gigantesca.
Quei pochi a cui mi azzardai a raccontarlo mi guardavano con gli occhi della mucca che vede passare il treno, altri come chi ha visto una lucertola inghiottire un leone in un boccone. Non riuscivo però ad archiviarlo come pazzo; sentivo comunque che la folle idea aveva una ragione di esistere, anche solo come possibilità speculativa, una scintilla che accende intuizioni che ti portano altrove, distante.
E fu così che un giorno, completamente inaspettato, mi venne: 'io dipingo con il bitume…', 'è decomposizione…', 'cazzo'. Successe così: al tavolo mi sforzai di immaginare una rappresentazione del cadavere di Dio in decomposizione. Su un quaderno, cercavo di portare il pensiero nella mia lingua, le immagini. Ma era un pensiero troppo grande… non riuscii a fare altro che del nero, nulla di vivo. Un universo completamente nero, già morto. Come lui aveva deciso di diventare.
Che sciocco! Stendere il bitume già è rappresentare un cadavere — esso è decomposizione organica. Sorrisi per la coincidenza, ma soprattutto perché l'atto aveva battuto il pensiero. Come accadde a Mainländer, per cui l'ultimo atto — secondo lui la più sensata soluzione — fu accelerare il processo di annientamento morendo. Come può la coerenza a un'idea portare a un gesto così estremo? Al di là dei problemi familiari, delle delusioni, della depressione che visse, l'idea del cappio fu da tempo pianificata e, quando fu ora, realizzata con urgenza, fretta. Il gesto era il sigillo della sua convinzione.
Già conoscevo diversi autori, tra cui Nietzsche: in passato, quando internet era ancora a 56 kb, lessi sulla carta tutte le sue opere. Conoscevo Pasolini, eredità culturale storica del Paese, così come Alda Merini. Altri pensatori li leggevo con piacere e curiosità. Mi divenne evidente, dalle loro biografie, che anche per loro valeva la stessa legge: più il pensiero si allontana dalla normalità, più l'individuo viene allontanato dalla società, o la respinge lui stesso. Poli opposti. Cellule anomale. Mutazioni. O dna originale?
Intuivo allora che l'idea di egregora fosse particolarmente adatta e applicabile a questi pensatori: una forma di pensiero che si autoalimenta, si evolve, si espande, fino a diventare indivisibile dal suo creatore. Una simbiosi. Ecco cosa si intendeva anche con: 'chi ha un perché può sopportare quasi ogni come'. Sì, doveva essere questo ad aver reso accettabile il prezzo per loro.
Nacque l'urgenza di costruire: legare insieme coloro che avevano posseduto visioni e idee così diverse da averne pagato un prezzo, senza arrendersi. Decisi di farlo nel mio linguaggio, la pittura, ma anche di raccontare questi incontri, questi attraversamenti. Ritrarre ognuno di loro mi portava in una sorta di intimità; nelle ore passate insieme rivedevo le loro vite, i loro pensieri estremi, la loro unicità. Stavo creando la mia egregora. Costruita su collisioni.