Pasolini, scrittore regista poeta, mi fu raccontato inizialmente da chi, in quegli anni, era ragazzo e andava a vedere i suoi film mentre altri andavano a giocare a calcio. Vedevo nostalgia negli occhi dell'ormai divenuto un uomo maturo che lo aveva ammirato come regista, pensatore di successo, poeta, in un'Italia che si scopriva protagonista, appena baciata dal miracolo economico.
Quando parlammo della sua morte, con percepibile dispiacere misto ad imbarazzo, mormorò che "se l'era un po' cercata". Mi colpì a bruciapelo. Non me lo aspettavo. Mi disse che era una faccenda controversa. Lo sapevo già, ma si aprì comunque una crepa. Chi lo ammirava aveva sbattuto contro qualcosa forse di insormontabile. Perché? Cosa c'era al di là?
Mi ci volle tempo per capire cosa quella frase nascondeva. "Se l'era cercata." Pensai che oggi i tempi sono diversi, ma quanto una persona può cercarsi la morte? Quanto una sessualità vissuta fuori al controllo di quegli anni può scatenare un fatto simile, anche solo in parte? Quanto era diventato scomodo, ingestibile per allora? Anni in cui esisteva il delitto d'onore, ricordo.
Pasolini fu massacrato all'Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. Il suo corpo venne trovato sfigurato, investito ripetutamente. E la prima reazione di molti — anche di chi lo ammirava — fu cercare una giustificazione nell'omicidio stesso. Come se certi pensieri, certe esistenze, meritassero di essere cancellate.
Questa è l'eliminazione fisica del pensiero scomodo. Non basta marginalizzare, internare, dimenticare. Quando diventa troppo pericoloso, si elimina. E poi si dice "se l'era cercata" per non dover fare i conti con quello che è successo.
Era un comunista che amava i sottoproletari ma viveva da borghese, e li odiava. Un omosessuale che criticava la liberazione sessuale borghese. Un intellettuale che odiava gli intellettuali. Un poeta del sacro che bestemmiava. Amato e odiato, spesso dalle stesse persone. Scomodo tra gli scomodi. Unico. Contraddittorio sempre. Ma quelle incoerenze non erano debolezze — erano la sua cifra, le sue armi. Pasolini usava le sue contraddizioni per smontare ogni certezza.
Ed è qui che capii qualcosa di fondamentale: un uomo può essere tutto e il contrario. Ma dopo la morte fisica resta solo il segno del passaggio. E Pasolini è rimasto la sua opera. Non è diventato il processo a porte aperte. Hanno eliminato il corpo, ma non hanno eliminato il pensiero. Anzi, eliminando il corpo, lo hanno reso immortale.
Oggi dipingo il suo ritratto e uso del bitume — un derivato del petrolio. Una coincidenza che mi fa sorridere. Petrolio si chiamava il suo ultimo romanzo, un incompiuto pubblicato postumo. È una connessione che brucia. Non sarebbe contento, mi trovo a immaginare. Pasolini parlava del consumismo come cancro, del petrolio come simbolo della nuova barbarie che stava divorando l'Italia. E io uso proprio quella materia — residuo industriale, decomposizione organica trasformata in merce — per dare forma al suo volto.
Il bitume è ciò che resta dopo che il petrolio ha fatto il suo lavoro. Pasolini è ciò che resta dopo che la società ha fatto il suo lavoro di eliminazione. E in quel resto c'è una forza che nessuna violenza può cancellare. Lo immagino guardare il suo ritratto, dipinto con la materia stessa che odiava. Ma lo immagino anche afferrare il paradosso — Come avresti potuto dipingermi, se non con un'ultima contraddizione?