Alda Merini venne depositata per la prima volta nel 1965. Non era pazza: era eccessiva. Amava troppo, sentiva troppo, desiderava troppo. Il manicomio la trattenne per un decennio, come si conserva un pacco in attesa di decidere cosa farne, fino al solito esaurimento naturale. Gli elettroshock dovevano calmarla, i farmaci contenerla, i professori normalizzarla. Non funzionò. Alda continuò a scrivere in segreto, versi rubati al nulla quotidiano. Scriveva per vivere; smettere avrebbe significato sparire nei corridoi.
Resistette e, alla fine, qualcuno si accorse che quella donna non era un problema da conservare, ma una voce da liberare. E così fu. I suoi versi arrivarono piano piano al mondo. Parlavano di amore, di vita, di calore, di pelle, di zolle. Tutto ciò che il manicomio aveva cercato di cancellare si era conservato e rifioriva, stagione dopo stagione, nelle sue parole, anche quando le avevano tolto tutto il resto.
Io l'ho incontrata attraverso Laura, sua nipote, molti anni fa. Ogni tanto nominava la zia poetessa. Ero incuriosito, ma non abbastanza maturo per capire davvero. La consideravo un aneddoto di famiglia, lontano dalla mia vita di allora. Mi sbagliavo: ero troppo dentro gli schemi — lavoro, casa, famiglia — per lasciarmi toccare dalla poesia. Troppo inquadrato. Ora è diverso. Ora vedo che Alda Merini è sempre stata quello che era: una mente che ha resistito all'annullamento scrivendo. La stessa urgenza, lo stesso bisogno fisico di lasciare un segno. Forse non sono ancora pronto per capirla del tutto. Ma dipingerla era necessario — perché anche una collisione incompleta lascia un segno.
Laura mi ha concesso con entusiasmo di ritrarre la zia. Ho scelto una fotografia di Alda scattata dal grande fotografo Giuliano Grittini: è ancora giovane, leggermente sorridente, lo sguardo velato di una malinconia profonda, una spalla scoperta. Molto diversa dalle altre. Ho scelto quella immagine perché volevo dipingere il momento in cui era ancora intera, quando la scintilla non era sopravvivenza, ma vita. La poetessa della vita. Così voleva essere ricordata. E lo è.