Quando ho conosciuto la voce di Cesare Pavese, la reazione più curiosa che ho avuto è stato notare un parallelo. Come le falene vanno a sbattere contro la luce, anche io mi ritrovo attratto da pensatori estremi, oltre i limiti, che parlano di vita e di morte come si descrive una merendina.
Forse è ammirazione. Credo che la forza che serva per fare ricerche del genere è un'energia oscura, non presente in tutti. Solo pochi riescono a guardare in faccia una realtà che non risparmierebbe le ferite mortali anche agli eroi più coraggiosi e audaci. Serve una predisposizione, una feroce resistenza al dolore, quello dell'anima.
E non si parla del dolore di una perdita, di un amore finito, di un insuccesso o tradimento, per quanto crudeli e lancinanti. Il dolore assoluto è quello dell'esistenza, un'infelicità eterna, metastasi di una domanda atroce, che nessuno vorrebbe esistente: quale è il senso? Perché da questa domanda crescono tentacoli — domande sui valori, sulle morali, sulla coscienza, sull'essere. Sulla morte. Sulla fine. Di ogni cosa.
Il metodo che ha usato Pavese per affrontare tutto ciò è crudelmente onesto ed efficace, nonché spaventevole. Ha sviscerato, registrato, documentato, scomposto, studiato, appuntato, giorno dopo giorno. Con una freddezza meccanica che rivela una forza innata: non è un uomo che si lascia andare — è un uomo che si studia mentre sprofonda al centro della terra.
Cesare Pavese scriveva per capire. Terrorizzato ma coraggioso. Si analizzava giorno dopo giorno. Annotava. E più scopriva e annotava, più sprofondava nel nero inferno. La freddezza con cui descrive il mal di vivere, come fosse un dato scientifico, quasi amplifica la sofferenza. La comprensione diventa autopsia su un corpo ancora vivo. Io leggevo. Pensavo. Lo ammiravo.
E poi la frase che mi fece pensare, di non avere via di scampo: 'È come se non si potesse vivere niente senza prima averlo pensato'. Eccola, contenente la Domanda. Se non puoi vivere niente senza prima averlo pensato, allora non puoi amare senza prima pensare 'sto amando', non puoi essere felice senza prima pensare 'sono felice', non puoi ESSERE senza prima pensare 'sono'. Il pensiero arriva sempre prima dell'esperienza. E questo crea un loop mortale.
Pavese sa esattamente perché soffre, conosce i suoi meccanismi di fuga, le sue ossessioni, i suoi schemi ripetitivi. Descrive con precisione chirurgica la propria incapacità di amare, di appartenere, di essere. Ma questa lucidità non salva, paralizza. Vedersi morire lucidamente è peggio che morire inconsapevolmente. Ma ora nemmeno io potevo tornare indietro.
La trovai nel diario. Nel luogo dove questo supplizio si consumava quotidianamente. Non era solo contenuto, era stato gesto. Ogni giorno, stesso orario, stesso rito. La penna che si muoveva sulla carta era l'unica cosa che ancora lo teneva legato al tempo, alla realtà. Scrivere per Cesare Pavese significava 'sono ancora qui, ancora un giorno, ancora una volta'. Ma è un rito che lentamente si trasforma. All'inizio scrive per resistere. Alla fine scrive per registrare la resa. 'Non parole. Un gesto. Non scriverò più' — 27 agosto 1950, ultima nota.
Anch'io annoto, anch'io penso prima di fare. Anch'io uso il rito quotidiano — il bitume, il pennello — per dare forma al caos. Ma la differenza dov'è? Perché per me il rito salva e per lui condanna? Pensai che il tempo che lui passava a scrivere e io a dipingere doveva essere il contenitore in cui si svolge la vita, quella pensata dalla volontà. Il contenitore non decide l'esito. L'egregora — il rito quotidiano — non determina dove arrivi. Ti dà solo lo spazio-tempo per trovare quello che stai cercando. E Pavese cercava la verità sulla sua impossibilità di vivere. E la trovò.
Per questo ritengo che, paradossalmente, il suo 'mestiere di vivere' non fallisce perché pensare e scrivere è già vivere, è il suo modo autentico di stare al mondo. Ma Pavese non lo accetta. Si guarda dall'esterno, si giudica inadeguato rispetto a un ideale di vita immediata, istintiva, corporea che non gli appartiene. E si condanna per essere quello che è. Si autoemargina. Si deposita da solo ai confini di ciò che considera vita autentica.
In questo rifiuto c'è qualcosa che mi interroga. È controllo assoluto? Nessuno lo espelle — si espelle da solo. Diventa unico dio e padrone di se stesso. Nessuno può togliergli niente perché ha già rinunciato a tutto. Nessuno può giudicarlo perché si è già giudicato. Nessuno può ucciderlo perché sceglie il momento, il modo, il significato della propria morte. Io voglio vederci la vittoria nel fallimento. Ma so che Pavese non l'avrebbe vista così. Per lui era resa. Il paradosso rimane aperto — e forse deve rimanere aperto.
E mentre dipingo il suo ritratto, e penso alla sua luce che si affievolisce sempre di più, ad ogni pagina di diario, ne vedo il riflesso, l'eco, a salvarci da un fiume nero. Per non morire di realtà.