Ricordo molti anni fa perdevo le serate a leggere tascabili su Nietzsche. I suoi scritti erano un bombardamento incessante di artiglieria. Cannonate in un campo di battaglia notturno. Mi sentivo spinto a lottare, ritirarmi, contrattaccare. Magari domani sarò più pronto, più forte. Oggi è impossibile bere anche una semplice cicuta con calma. Nietzsche mi ha tolto molto. E non me ne sono mai pentito.
Mi ha tolto la speranza, mi ha tolto Dio. Non fu una crisi, non fu una notte buia — fu un processo lento e inesorabile, come quando gli occhi si abituano al buio e cominciano a vedere quello che c'è davvero. Leggendolo imparavo a guardare le cose per quello che sono. Poi alzavo gli occhi dal libro e le vedevo intorno a me. I preti, i discorsi, gli hook sapientemente costruiti, le leve sulla paura, sul senso di colpa, sulla speranza. Meccanismi. Strumenti. Li riconosco ancora oggi con la stessa chiarezza fredda.
Non ho nulla contro chi crede. Capisco il conforto che può dare sapere i propri cari in paradiso, immaginare un senso oltre la fine, trovare pace nelle parole che le religioni si sono appropriate nel corso dei secoli. Per molti funziona, per me no — anche se sarebbe molto più comodo e meno doloroso. Sono semplicemente nudo e vedo la mia nudità, e non ho intenzione di coprirla con una foglia di fico. Ma la struttura è questa: si predica obbedienza, umiltà e povertà, ma ci si siede su troni d'oro, si comandano stati e banche, ci si fa servire come un re. Nietzsche lo aveva già mostrato: la morale come strumento di potere, costruita per tenere l'uomo dimezzato, penitente, colpevole fin dalla nascita. Schiavi di altri schiavi. Il risultato è che siamo soli — soli con noi stessi — e la maggior parte degli uomini preferisce non saperlo.
Ma togliere non basta. Il vuoto che lascia chiede di essere riempito con qualcosa di vero. E Nietzsche mi ha dato anche questo: non mi è più possibile non guardare dietro alla narrazione. Non una dottrina, non un sistema di consolazioni — un metodo. Guardare senza veli. Cercare cosa sta davvero dietro le cose, dietro le persone, dietro se stessi. È una pratica quotidiana, faticosa, spesso avvilente. Si guarda la gente, i colleghi, il proprio lavoro, e si cerca di andare oltre la superficie — oltre l'ornamento, oltre la narrazione che ognuno costruisce per non vedersi. Lui veniva costantemente logorato dalla lucidità spietata, sino a perderne la ragione. Era consapevole di stare guardando troppo a lungo nell'abisso. Ma anche nel nero si scopre qualcosa di autentico, e splende. Splende perché è vero, perché non deve niente a nessuno.
Questo ha cambiato la pittura. Non dipingo per estetica — non nel senso di ignorarla, ma nel senso che non può essere il fine. Un quadro che esiste solo per essere ornamento da salotto non è il mio lavoro. Cerco altro: introspezione, significato, qualcosa che comunichi vita e morte. L'opera d'arte non come specchio della realtà ma come collisione con essa. Lo scontro con Nietzsche ha provocato crepe calcificate nei miei dipinti. Questo è ciò che chiama transvalutazione dei valori — non un concetto da manuale, ma un'operazione concreta, quotidiana. Il valore non sta nella cosa. Sta nell'intenzione, nella volontà di chi la muove, nella profondità a cui è disposto a scavare.
Il bitume arrivò in un incastro perfetto in tutto questo. Un oscuro scarto industriale, un residuo, senza bagliore né consacrazione di nessun tipo. Eppure sotto il pennello definisce la brillantezza di un occhio, il riflesso su uno zigomo, il nero profondo di una pupilla. Non è la materia a decidere il risultato — è la volontà di chi la muove, l'intenzione che trasforma lo scarto in luce. La transvalutazione dei valori non l'ho solo letta. La dipingo, ogni volta.
A distanza di anni, eseguo il suo ritratto con quella stessa materia. Una nera materia inerte, piegata dalla volontà di un gesto, diventa vivente nell'opera d'arte.